Appello per la libertà di lottare al fianco della Palestina, contro la guerra e contro i tentativi repressivi nella nostra città

In questi giorni cinquantaquattro persone che hanno partecipato al movimento per la Palestina nell’ultimo anno, hanno ricevuto le notifiche della conclusione delle indagini da parte della Questura di Pisa per le incredibili mobilitazioni di massa della scorsa estate e dell’autunno contro guerra e genocidio. Contemporaneamente, sono arrivate decine di sanzioni amministrative per migliaia di euro nei confronti di chi ha partecipato il 12 marzo di quest’anno al blocco del treno carico di armi alla stazione di Pisa, iniziativa pacifista che ha fatto il giro d’Italia e non solo con un grandissimo sostegno da parte di milioni di persone.

Per comprendere la natura delle mobilitazioni e del tentativo repressivo, pensiamo sia necessario partire da un dato: chi sono queste 60 e più persone colpite dai provvedimenti giudiziari citati? Studenti, dottorandi e ricercatori di tutti e tre gli atenei pisani – Scuola Normale, Università di Pisa e Scuola Superiore Sant’Anna. Lavoratrici del mondo della sanità, delle pulizie, del turismo e dei servizi, mamme che erano presenti alle manifestazioni con i loro figli, driver della logistica, abitanti dei quartieri popolari, sindacalisti, pensionati, consiglieri comunali.

In questo procedimento si mettono insieme, tentando di criminalizzare, episodi differenziati nel tempo, nelle modalità, nei luoghi e nei protagonisti. L’interruzione di una lezione all’università da parte di alcuni studenti e studentesse per parlare di Palestina, il blocco di massa dei binari della stazione nelle giornate di “Blocchiamo tutto”, l’occupazione del Rettorato dell’Università di Pisa, l’arrivo di migliaia di persone durante gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre in superstrada, autostrada e aeroporto, un presidio davanti al rettorato, che con la sua pressione ha portato alla rottura degli accordi quadro tra l’Università di Pisa e due università israeliane, risultato raggiunto in due anni di mobilitazioni.

Questi provvedimenti non sono un caso isolato, ma il riflesso di una dinamica repressiva che attraversa tutto l’Occidente: dai college statunitensi alle università europee, vediamo una risposta autoritaria che colpisce ovunque si manifesti dissenso contro le politiche di guerra e di occupazione. Tutto l’establishment imperialista euroatlantico si è mobilitato in difesa di Israele e della sua ideologia razzista e suprematista, che da oltre 70 anni arma l’esercito sionista contro il popolo palestinese e arabo. Un’ideologia, il sionismo, in larga parte coincidente con quella occidentale, con gli interessi geopolitici ed economici di un capitalismo in profonda crisi di egemonia, alla quale risponde solo con la forza bruta, dalla Palestina al Libano, dall’Iran allo Yemen, dal Venezuela a Cuba Socialista, portando sempre più l’umanità dentro una devastante terza guerra mondiale. E’ questo il contesto generale nel quale si muovono il governo Meloni e le false opposizioni, con Decreti Legge sulla sicurezza oltremodo liberticidi, costruiti in continuità stretta tra esecutivi di centro “sinistra” e destra.

Le mobilitazioni che questi poteri vogliono processare sono accomunate da un tenace filo rosso: la volontà di agire in autonomia di fronte al genocidio in Palestina e alla guerra mondiale, di incidere sui propri obiettivi e non delegare più le decisioni ad amministrazioni e istituzioni sistematicamente complici e coinvolte nelle politiche sioniste, nelle scelte guerrafondaie, nella corsa al riarmo. Davanti a un genocidio, saltano le gerarchie accademiche: studenti e studentesse non accettano la propaganda imperialista e violenta di un professore, così come sono pronti a fare pressione sulla governance affinché rescinda gli accordi con Israele.
Questo clima di caccia alle streghe è alimentato da una convergenza pericolosa: da un lato i decreti sicurezza del governo e il silenzio delle opposizioni, dall’altro la gestione autoritaria degli atenei. Il Rettore di Pisa, denunciando ‘ignoti’ per le mobilitazioni studentesche, ha di fatto aperto le porte della nostra università alla polizia, venendo meno al ruolo di garante della libertà di espressione e di ricerca.

Di fronte alla tragedia della guerra e del genocidio, scioperare e scendere in piazza significa decidere che il proprio lavoro, i binari della propria stazione e il proprio territorio non devono più essere al servizio della logistica bellica. La scelta di fermare il passaggio delle armi nella nostra città è un atto di responsabilità che non appartiene solo alle decine di persone oggi sotto indagine, ma alle migliaia che si sono mobilitate.

Le mobilitazioni, nate in solidarietà con la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza, hanno segnato un punto di svolta: mentre il governo israeliano agisce per bloccare in mare gli aiuti umanitari necessari a un popolo stremato, noi abbiamo scelto di bloccare a terra il flusso di armi che alimenta il massacro.

In quei giorni abbiamo dimostrato che è possibile sottrarsi alla routine della produzione per opporsi concretamente alla guerra. Da quell’esperienza sono nate reti di insegnanti, medici e collettivi studenteschi: un’infrastruttura sociale che vive nelle nostre scelte quotidiane. Rifiutare la collaborazione con l’industria bellica, opporsi alla costruzione di nuove basi militari e fermare i carichi di armi sono oggi le uniche azioni concrete per agire là dove la guerra passa, con l’obiettivo di fermarla. Se l’obiettivo di indagini, denunce e sanzioni è isolare chi vuole ribellarsi alla guerra e suggerire che lottare sia sconveniente, non accettiamo la selezione di poche persone colpite per atti che sono stati scelti e praticati da migliaia: a chi tenta di criminalizzare il movimento, rispondiamo rivendicando la legittimità del concorso morale e politico di un’intera città.

La risposta migliore alla repressione e ai decreti sicurezza è rendere ‘sconveniente’ la complicità con il genocidio e la corsa al riarmo. Moltiplicare le iniziative, rafforzare le reti di solidarietà e resistenza. Continueremo a difendere la libertà di scendere in piazza, di scioperare e di interferire con la logistica bellica, toccando gli interessi diretti di chi oggi trae profitto dalla guerra. Ci sarà bisogno di rendere sempre più difficile e sconveniente il passaggio delle armi, la complicità delle istituzioni, la propaganda militarista nelle università e nei territori, la costruzione di nuove basi militari, le attività delle basi che già ci sono. Non saranno le persone comuni a pagare il prezzo del dissenso, ma chi progetta la guerra a dover rispondere delle proprie scelte. Ciò che è in gioco non sono singoli episodi, ma la possibilità di affermare un futuro di pace, dignità e solidarietà tra i popoli.

Non rinunceremo alla libertà di lottare e ripudiare guerre e genocidio. Non sarà il tentativo di repressione a fermare una lotta giusta e collettiva per la Pace, la Dignità umana, la Solidarietà tra popoli. Per questo invitiamo tutte le realtà politiche, associative, sindacali, collettivi, comitati e movimenti, singoli e personalità, a sostenere questo appello per dare un segnale chiaro: rispondiamo agli attacchi rilanciando in ogni modo la mobilitazione per la Palestina libera, contro la militarizzazione e per una vita libera dalla guerra.

PRIMI FIRMATARI
Studenti per la Palestina
Movimento No Base
Cambiare Rotta – Organizzazione Giovanile Comunista
Potere al Popolo!
Rete dei Comunisti
Unione Sindacale di Base
Palestra Popolare La Fontina
eXploit!
Una città in comune
Rifondazione Comunista

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