Ci siamo passat* anche noi tra quelle pareti, siamo passat* e abbiamo respirato parte di quell’aria, ci siamo arricchit* lì dentro. Avevamo un posto in cui andare, un luogo che, qualsiasi cosa fosse successa, sarebbe stato lì.
Ci siamo passati anche noi tra quelle pareti, oltre quella porta. E non si poteva che rimanere affascinati dalla forza che usciva da quelle mura, dalla forza che nasce dal vivere insieme, dal lottare insieme.

Per sette anni Point è stato un centro di unione, di amore, amicizia, comunità, dove i sogni di tutt* si scontravano contro la realtà, una realtà troppo stretta. Era un grido contro tutto quello che veniva imposto e deciso. Perché lì, a Point, non c’era gente che abbassava la testa davanti al corso degli eventi, che accettava quello che era diventata la vita. È uno dei modi per credere che la vita sia in effetti nelle nostre mani, che la volontà della gente conti ancora qualcosa, che il nostro futuro siamo noi a sceglierlo, che siamo noi a decidere come vivere, dove andare, cosa vedere quando alziamo le tapparelle sul mondo. È il modo per sapere che non ci hanno strappato anche il diritto di scegliere, il diritto di vivere il nostro futuro. Il diritto di conoscere. Perché ci vogliono togliere tutto, tutto quello che negli anni abbiamo costruito con consapevolezza, privi di quella patina di ignoranza, perbenismo e convenienza che viene imposta affinché possiamo accettare tutto in silenzio. E più vai avanti e più ti scontri con questa verità. Ma noi ci riprenderemo tutto. E Point lo stava già facendo.

Ci stanno togliendo anche il diritto di protestare. L’esistenza stessa di Point era un atto di rivolta, una atto di rivolta contro affitti troppo costosi che non permettono agli studenti e alle famiglie di vivere con dignità. Contro una trasformazione della città dove il grande centro è accessibile solo ai grandi palazzinari, ai ricchi, a chi specula sulla nostra vita. Quel centro da dove le fasce più esterne, emarginate, devono allontanarsi, perché stridono contro la visione che loro vogliono dare, di benessere, decoro, contro quella vetrina luccicante che vogliono sia la città. Perché mostrano la reale faccia della popolazione, quella che, girato l’angolo trovi, quella che fa paura. L’hanno trasformata in una bomboniera, di quelle più eleganti e terribili, da attraversare, dietro la quale loro possono muoversi indisturbati.
pointAllora è nato Point: una casa, un grido contro quel muro, abbastanza potente da abbatterlo. Il sole è stato sporcato con i colori della rivolta, della forza, squarciando il cielo, rendendolo bellissimo. Bisognava riprendersi il diritto alla vita. A una vita in comune, dove la solitudine è solo un’eco lontana, dove c’è sempre una spalla su cui piangere, un volto che possa distruggere l’indifferenza che ci circonda, una sigaretta quando hai finito il tabacco, una mano che ti aiuta ad alzarti, ad alzare la musica.
Un posto di incontri, dove la gente passa, per un giorno, per un mese, per una vita. Dove la gente passa e lascia qualcosa, una piccola parte di sé e prende qualcosa. Momenti di svago, di riflessione, dove il tempo non è scandito solo da impegni e scadenze. Il tentativo vivo di strappare un pezzo del mondo.
Un rifugio, un posto dove condividere momenti passati, emozioni, tristezza. Un porto dove fermarti quando sei in viaggio, dove vincere per poche ore la solitudine e l’instabilità derivate da questo continuo naufragio nel mondo. Un luogo fermo, mentre tutto il resto intorno a te gira.
Vogliono provare a toglierci l’unica possibilità di distruggere quell’individualismo che ogni giorno ci viene imposto. Ci provano, ma non possono riuscirci. Non è con uno sgombero che possono spegnere quello che Point Break è stato per molt* ragazz*, la sua luce. Avranno portato fuori la gente, gli oggetti, i manifesti, i materassi. Ma non hanno svuotato quelle stanze. Quelle stanze continuano ad essere ricolme di discorsi, di grida, di lavoro, amore. Non possono spegnere quello che Point ha significato per il quartiere, il ruolo che ha giocato nella vita di decine di persone. Non possono spegnere quello che per noi Point è stato, noi che siamo stat* solo di passaggio, eppure ogni volta che ci entravi ti sembrava di averci sempre vissuto, ti sembrava di conoscere ogni angolo, ogni piano, ogni bicchiere fuori posto. Era la tua casa per quel giorno, pur non essendola mai stata. E lì dentro ti sembrava di
essere invincibile, perché non potevano nulla contro questa moltitudine.
Perché la comunanza di idee, di lotte, di obbiettivi, pur diversi ma così uguali, ti faceva sentire parte di qualcosa, avevi qualcuno al tuo fianco che lottava per i tuoi stessi diritti per la tua stessa idea di città.
Vincevi quella solitudine che ti creano intorno privandoti del diritto di aver voce e possibilità d’azione nella tua città, quella solitudine così funzionale al loro scopo di indebolirti e farti rientrare in quelle caselle da loro imposte, così facili da controllare. Una griglia dove ognun* di noi era posizionato affinché fruttasse, affinché potesse essere controllat* e accompagnato in ogni suo passo.
Point aveva distrutto quella griglia e rotto tutti gli schemi. Point era pieno di vita, tanto che era così difficile arginarlo e tenerlo sotto controllo che hanno dovuto sgomberarlo. Avevano paura, perché lì si produceva sapere, si produceva consapevolezza, la stessa che veniva portata nelle rivendicazioni, nelle manifestazioni. Faceva paura e hanno voluto spegnerla. Ma da quelle ceneri nascerà un fuoco ancora più grande. Perché Point non è solo nei ragazz* che ci vivevano. E in tutti coloro che ci sono entrati anche solo una volta, che lo hanno visto da lontano, che hanno gioito quando è stato occupato.

Point Break continuerà ad esistere in ognuno di noi. Point break continuerà ad esistere e basta.

ChiaroScuro

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