Chiamata allo Sciopero internazionale delle donne – 8 marzo 2017 di Ni Una Menos

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L’otto marzo la terra trema. Le donne del mondo si uniscono e lanciano una prova di forza e un grido comune: sciopero internazionale delle donne. Ci fermiamo. Scioperiamo, ci organizziamo e ci incontriamo tra di noi. Mettiamo in pratica il mondo in cui vogliamo vivere.
#NoiScioperiamo
Scioperiamo per denunciare:
Che il capitale sfrutta le nostre economie informali, precarie e intermittenti.
Che gli stati nazionali e il mercato ci sfruttano quando ci indebitano.
Che gli Stati criminalizzano i nostri movimenti migratori.
Che guadagniamo meno degli uomini e che il divario salariale tocca, in media, il 27%.
Che non si riconosce il fatto che il lavoro domestico e di cura è lavoro non retribuito, che si somma mediamente per 3 ore in più alle nostre giornate lavorative.
Che questa violenza economica aumenta la nostra vulnerabilità di fronte alla violenza maschile, di cui l’atto estremo più aberrante sono i femminicidi.
Scioperiamo per reclamare il diritto all’aborto libero e perché nessuna sia obbligata alla maternità.
Scioperiamo per rendere visibile che se i lavori di cura non diventano responsabilità di tutta la società noi ci vediamo obbligate a riprodurre lo sfruttamento classista e coloniale tra donne. Per andare a lavorare dipendiamo da altre donne. Per spostarci dipendiamo da altre donne.
Scioperiamo per valorizzare il lavoro invisibilizzato che facciamo, che costruisce reti, sostegno e strategie vitali in contesti difficili e di crisi.

Despenalizar el aborto es descolonizar nuestros cuerpos

obiezione
L’immagine del tweet bombing, liberamente presa dal blog di “Anarkikka“.

Lunedì dalle 12 alle 14 e dalle 19 alle 21, al cinguettio di #ObiettiamoLaSanzione centinaia di tweet hanno intasato i profili di Matteo Renzi e della Ministra della Salute Beatrice Lorenzin per portare alla luce un decreto legge passato lo scorso 15 gennaio piuttosto sotto silenzio, ovvero la depenalizzazione dell’aborto clandestino. Sembrerebbe una buon notizia, visto che il reato penale è stato cancellato; se non fosse che la sanzione amministrativa, che prima aveva un importo di 51 €, è salita a 10.000 € una multa di entità notevole che ricade non sulla struttura o su ha chi pratica l’aborto, ma direttamente sulle donne che vi si sono sottoposte. Di cose da dire ne abbiamo avute molte, le discussioni su Twitter si sono moltiplicate, al punto da scalare la vetta dei “Trending Topic” e guadagnarsi il primo posto tra gli argomenti più caldi di quelle ore. 

D’altronde, le conseguenze di questo decreto ricadranno direttamente sulla nostra pelle: per la paura di essere multate, meno donne che hanno avuto complicazioni dopo un aborto clandestino andranno in ospedale, cosa che, prima di questo decreto, non era così fortemente scoraggiata, come avviene ora che la multa è tutt’altro che “simbolica”.
Ma perché le donne scelgono di mettere a rischio la propria vita praticando una interruzione di gravidanza al di fuori delle strutture pubbliche? In questo paese è garantito il diritto -sancito legislativamente quasi 40 anni fa- di interrompere volontariamente la gravidanza?
Forse è questa la domanda che doveva porsi la ministra della salute Lorenzin. Avrebbe scoperto che l’Italia si colloca tra i Paesi con più medici obiettori d’Europa. Al punto che nel 2014 il consiglio Europeo per i diritti sociali ci ha sanzionato, dichiarando che L’elevato numero di medici obiettori di coscienza viola il diritto alla salute delle donne che intendono interrompere la gravidanza, diritto alla salute previsto dall’art. 11 della Carta sociale europea[1], mettendo a rischio la vita delle donne stesse. [2]

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Le lotte delle sex workers in Francia

Les luttes des putes” è il titolo dell’ultimo libro di Thierry Schaffauser (“frocio, drogato, lavoratore del sesso”). Ma “la lotta delle puttane” è una realtà in movimento oggi in Francia.

All’ordine del giorno dell’agenda del Senato francese del 30 e 31 marzo c’era, infatti, la questione della prostituzione, e più precisamente, l’intenzione di votare una legge che penalizzi i clienti per risolvere l’annoso quanto scomodo problema sociale della prostituzione. Ma le cose sono andate anche peggio, nella bagarre generale il Senato non ha votato per la penalizzazione dei clienti ma ha invece ristabilito il reato di adescamento passivo che prevedeva di abolire. L’adescamento passivo fu introdotto nel 2003 dall’allora Ministro degli Interni Sarkozy, e permette da allora di considerare reato la semplice presenza delle lavoratrici del sesso sul marciapiede. Una legge, questa di Sarkozy, che prevede due mesi di prigione e una multa di 2300 euro, nonché la perdita del titolo di soggiorno per le lavoratrici straniere.

Con la legge passata in prima lettura al Senato quindi, si conferma la possibilità per la polizia di esercitare un potere completamente arbitrario nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso.

Ma non è tutto, perché il progetto di legge concede anche la possibilità di un blocco amministrativo (cioè senza richiesta di un magistrato) dei “siti internet” che favoriscono la “tratta di esseri umani e il prossenetismo”, misura già esistente nel quadro delle varie misure antiterrorismo approvate nel dicembre 2014.

Ma le discussioni dei senatori e delle senatrici sono ben distanti dalla vita reale delle sex workers francesi che, attraverso lo STRASS, Sindacato dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso, si posizionano da tempo contro ogni forma di criminalizzazione e di penalizzazione, sia questa rivolta contro le prostitute in maniera diretta (attraverso il reato di adescamento passivo) o indiretta, (attraverso la penalizzazione dei clienti).

E così il 27 e 28 marzo i/le lavorat* del sesso hanno convocato manifestazioni a Tolosa e a Parigi contro l’approvazione della legge. Centinaia di persone, tra cui molti clienti, ma soprattutto le lavoratrici e i lavoratori del sesso che oltre a opporsi ad ogni forma di criminalizzazione, rivendicano il riconoscimento del loro statuto produttivo e, come immediata conseguenza, l’accesso ai diritti comuni e soprattutto l’accesso al welfare in tema di salute e lavoro.

Si legge nel testo di lancio “La vulnerabilità delle prostitute rispetto alla violenza e allo sfruttamento non sara combattuta attraverso delle misure punitive e poliziesche ma attraverso delle misure sociali, grandi assenti in questa proposizione di legge”. Lo STRASS, infatti, si oppone manifestamente alla logica di vittimizzazione che permea non solo i tessuti penali occidentali tradizionali, ma anche i quadri legislativi più «progressisti» del nord Europa. Quella di sex-worker non è solamente una condizione antisociale, indesiderata e votata all’eliminazione per mano del processo di civilizzazione, ma è inserita nel pieno della regolazione penale attraverso semplici dinamiche di vittimizzazione. Un lavoro dunque di censura, rimozione e rielaborazione nel campo penale, che sostituisce ogni prospettiva di welfare e reddito con la tutela paternalistico-liberale della vittima.

La lotta dei/lle lavorat* del sesso in Francia si inserisce all’interno delle lotte dei precari e delle precarie che non avendo un salario, un padrone, e un tempo di lavoro fisso, non vengono in alcun modo riconosciuti nel quadro tradizionale dei diritti e ancor meno all’interno delle miopi categorie sindacali. Ostracizzat* tanto dai partiti di sinistra(1) quanto dai sindacati o dalle associazioni per l’abolizione della prostituzione, i/le lavorat* del sesso francesi denunciano la loro condizione, frutto dell’ipocrisia generale : molt* di loro sono riconosciut* in quanto « lavorat* del sesso », sottocategoria dei lavorat* nei servizi d’aiuto alla persona (autoimprenditori). Pagano quindi le tasse ma non accedono ad alcun diritto. Condizione che condividono con tante altre forme di lavoro precario e non riconosciuto in Francia come in tutta Europa.

367d4c60-e732-4fe6-a8f2-a7b0031f2e9dÈ per questa ragione che hanno cercato di mettere in piedi delle forme di autorganizzazione e mutualismo, come nel caso parigino delle Roses d’Acier, sex workers cinesi che lavorano a Belleville e che si sono organizzate in un collettivo per lavorare in maniera cooperativa, sfuggire al ricatto dei padroni, e potersi aiutare a vicenda . Ma anche da questo punto di vista lo Stato non fa che ostacolare le forme di solidarietà tra le prostitute, aggravandone le condizioni di precarietà. Per esempio, come denuncia da tempo lo Strass, la legge contro il prossenitismo (lo sfruttamento del lavoro sessuale) impedisce ogni forma di abitazione collettiva per le prostitute stesse. Se infatti una sex worker titolare di un contratto d’abitazione, permette a delle colleghe che, in quanto sans papier, non possono ottenere tale contratto, di utilizzare il proprio appartamento come luogo di lavoro, rischia di essere arrestata in quanto « magnaccia » per istigazione alla prostituzione. “Proxénète est l’État”, “Magnaccia è lo stato”, è uno dei principali slogan delle sex workers, che segnalano così che il loro principale nemico è, in questa fase, il governo stesso, il quale, con l’imposizione di misure autoritarie, rende non solo possibile, ma inevitabile proprio quel tipo di sfruttamento particolarmente duro e privo di regolamentazioni e diritti che caratterizza il mondo della prostituzione. In questa situazione, in aperta polemica con il sindacalismo tradizionale, che separa la lotta economica e quella politica, lo STRASS compie una critica insieme radicale e generale, capace di coniugare l’ambito sociale e quello politico, contro il modello di sfruttamento ormai tipico dell’Europa, che si nutre della precarietà e della marginalizzazione del lavoro vivo.

Dall’epoca di Fiere di essere puttane la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici del sesso ha vissuto alcuni scarti fondamentali. Partendo dalla rivendicazione di un libero uso del proprio corpo, le lotte hanno condotto questo movimento ad una più generale riflessione attorno alla precarietà, a una rivendicazione di un accesso al welfare, a un’estensione dei diritti, al contrasto a omofobia e transfobia e al riconoscimento dei diritti per tutti gli/le immigrat* sans papier .

Un punto centrale ben chiaro: il lavoro, in quanto tale, che sia sessuale o meno, è sempre sfruttamento. Ma il riconoscimento del lavoro sessuale come lavoro produttivo a tutti gli effetti permetterebbe di accedere ai diritti e di crearne di nuovi. Infine, poichè lavorare si deve, la prima strada per uscire dalla precarietà, è quella fatta di autorganizzazione, autoformazione, solidarietà, mutualismo e nuove forme di sindacalismo.

(1)In occasione del 1 maggio anticapitalista a Toulouse nel 2014, per esempio, Alternative Libertaire e la sezione locale dell’NPA, Nouveau Parti Anticapitaliste, si rifiutarono di co-firmare l’appello del corteo, a causa della presenza dello STRASS tra i firmatari.

 

Di Anastasia Barone, Paolo Andreozzi, Roberto Sciarelli

 

Presentazione di “Expopolis”

Il collettivo milanese Off Topic illustra una genealogia puntuale di EXPO e i cambiamenti che ha imposto sulla città di Milano in vista del grande evento.

Venerdì 20 dalle 17.30!

Locandina http://efesto.eigenlab.org/~diesys/grafica/locandine/15/expopolis/expopolis.jpeg

Evento fb https://www.facebook.com/events/415748035251773/