SEX WORK – Due giorni di dibattito sul lavoro sessuale

La marea #NonUnaDiMeno che il 26 novembre ha invaso le strade di Roma ha aperto in Italia una nuova stagione di lotte femministe, trans-femministe e queer. È all’interno di questo percorso che vogliamo inserire un momento di riflessione e discussione sul lavoro sessuale, a partire dalle di coltà che il tema, per la sua complessità, ha posto tanto ai movimenti femministi quanto a quelli più strettamente operaisti, che spesso hanno escluso le sex workers sia dalle lotte delle donne che da quelle sul lavoro.Da un lato, la tradizione classica marxista e operaista che, assumendo la centralità della fabbrica come luogo di produzione di plusvalore, ha spesso relegato a una condizione di invisibilità tutte le forme di lavoro riproduttivo. Dall’altro, la tradizione femminista che, al contrario, pur mettendo in luce il ruolo della riproduzione sociale nei processi di accumulazione, si è spesso opposta al lavoro sessuale e alle rivendicazioni delle sex workers attestandosi su posizioni abolizioniste. Continue reading “SEX WORK – Due giorni di dibattito sul lavoro sessuale”

What a fucking curse – Alcune simbologie dietro “Lemonade” che lo rendono un video imperdibile

Delle donne ondeggiano a ritmo, le une vicine alle altre, in una collettiva danza funebre, dentro un veicolo che sembra trasportarle, tutte, nell’aldilà.

So what are you gonna say

at my funeral,

now that you’ve killed me?

Here lies the body of the love of my life,

whose heart I broke

without a gun to my head.

Here lies the mother of my children,

both living and dead.

Rest in peace, my true love,

who I took for granted.

Most bomb pussy who,

because of me,

sleep evaded.

Her god listening.

Her heaven will be a love

without betrayal.

Ashes to ashes,

dust to side chicks. Continue reading “What a fucking curse – Alcune simbologie dietro “Lemonade” che lo rendono un video imperdibile”

NoMuslimBan a Chicago: l’occupazione dell’aeroporto O’Hare

Un attivista che si trova a Chicago e che ha partecipato alle manifestazioni dei giorni scorsi racconta la protesta che ha invaso l’aeroporto O’Hare di Chicago contro il Muslim Ban e le politiche razziste e fasciste di Trump.

Cronologia dei fatti: Il 27 Gennaio 2017 Trump ha firmato un ordine esecutivo che ha sospeso a tempo indefinito la ricollocazione dei rifugiati siriani, bloccato tutti gli altri profughi per 120 giorni e vietato per 90 giorni l’ingresso di cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana: Iraq, Siria, Iran, Sudan, Libia, Somalia e Yemen. L’ordine esecutivo ha avuto esecuzione immediata e il suo effetto distruttivo è risultato subito evidente nel momento in cui centinaia di famiglie e singoli sono stati bloccati in tutti gli aeroporti degli US senza alcun capo d’accusa se non quello di avere una nazionalità non americana. All’aeroporto JFK di New York, Hameed Khalid Darweesh, un interprete dell’esercito americano, è stato fermato per via della sua nazionalità. A questo punto, l’ACLU (American Civil Liberties Union) ha fatto causa a Trump presentando questo caso alla corte federale di giustizia. Un giudice federale di Brooklyn ha accolto il ricorso, bloccando il provvedimento di Trump dall’aver effetto e prevenendo la deportazione di rifugiati ed immigrati già presenti in suolo americano o in viaggio. Il giudice non ha dunque deciso nulla riguardo alla costituzionalità dell’ordine, ma ha solo interessato chi era bloccato in aeroporto. Non si sa il numero esatto di persone con green card o visti che sono state bloccate, ma si stima un numero pari a circa 100/200 persone. Domenica, un comunicato ufficiale della Casa Bianca ha assicurato che chi è in possesso di una green card non è considerato in questo provvedimento: ciò contraddice quanto inizialmente affermato, ossia che chi in possesso di qualunque visto sarebbe stato fermato, salvo poi valutare caso per caso. Intanto la protesta e la tensione è salita in tutti gli Stati Uniti.

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Point(s) of view – La casa de* mi* compagn* è la mia casa

Non sono mai stata a Point Break, non ne conosco i muri, i pavimenti. Non conosco neppure le facce di chi ci abitava. Sono stata a Roma pochissime volte e ancora meno mi è capitato di dormirci. Spostarmi è sempre stato economicamente insostenibile, anche quando la militanza era tutto per me. Quando, diversi anni fa, i primi compagni iniziavano a lasciare Pisa, mi chiedevo se un giorno avrei pensato anche io di andarmpointtene. Uno di questi mi disse che sarebbe andato a Roma perché si era liberato un posto a Point e quindi poteva permettersi di trasferirsi e studiare fuori. E che è Point? Se magna? Così quando ho iniziato davvero a pensarci anche io, seguendo i miei desideri e le mie ambizioni, ho iniziato a guardarmi intorno. Bologna, Torino. E mentre i miei sogni avanzavano e correvano su tutte le strade possibili, realizzavo che, di nuovo, era tutto economicamente insostenibile. Gli affitti, le bollette, il costo della vita, i biglietti dell’autobus, il trasloco, l’ansia di un investimento che non pensavo di meritare. E poi ancora la mia rete di relazioni, la mia assemblea che, se anche non frequento da un po’, resta il mio riferimento politico e fisico. Tutto troppo complicato per prendere una decisione. Ma ancora oggi, che sono in pace con le mie scelte e che amo stare qui, ho bisogno di ripetere almeno nella mia testa la risposta a quella domanda. Ora io so cos’è Point Break. Lo so dai racconti dei miei compagni e delle mie compagne, che ci hanno dormito tantissime volte; lo so perché se navigo nei miei desideri trovo Point. Point Break è la sicurezza di una casa, per tutti e tutte, è l’esistere in sé che diventa merito, è la terra ferma dopo un naufragio, è comune, è amore, è gioia. È ciò che mi fa sognare un giorno di spostarmi ma soprattutto è ciò che mi fa sognare di poter tornare ogni volta che voglio. E se è vero che non mi sono mai accollata a Point per dormire, appoggiarmi o mangiare, è ancora più vero che mi sono accollata a Point per sognare. E vi pare poco?

Eppi