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Siamo qui per celebrare un record: Pisa è ufficialmente la città più controllata d’Italia. In una recente ricognizione abbiamo contato più di 600 telecamere atte alla sorveglianza e concentrate nel centro città, frutto maturo del patto “Pisa città sicura” firmato qualche anno fa tra il sindaco Filippeschi e l’ex ministro dell’interno Maroni. Il testo del patto è ambiguo, ma esplicito: se da un lato i corpi marginali della comunità pisana – migranti e studenti, essenzialmente – vengono considerati una preziosa e lucrosa risorsa da non contrariare, dall’altro quegli stessi fenomeni di migrazione – fenomeni massicci, visto che la popolazione residente è quasi eguagliata in numero da quegli stessi corpi marginali – vengono individuati come causa di un generalizzato problema di sicurezza e di gestione dell’ordine pubblico.

Corpi marginali dallo statuto ambiguo, che se adeguatamente normati, disciplinati e controllati sono in grado di generare valore economico, con l’unico difetto di turbare la tranquilla superficie-vetrina della ridente cittadina pisana. Gli untori del disagio sociale sono tra noi, la città disciplinare si attiva per controllarli, definirli e interdirli. Quello stesso disagio, tuttavia, non accenna a riassorbirsi. Il dispiegamento dei dispositivi di controllo non ha in alcun modo portato a un miglioramento della situazione del crimine in città, né ha risolto i problemi di pulizia e schiamazzi notturni spesso lamentati dai residenti; in controtendenza rispetto a questi risultati, si continua a insistere con l’installazione di telecamere, vantando l’avanguardismo di un sistema in realtà in larga parte inefficiente.

Mancano infatti le forze di polizia sufficienti ad attuare una repressione efficace – e non sarebbe d’altro canto negli interessi di nessuno attuare una tale repressione – né le leggi sulla privacy consentono un reale sfruttamento dell’utilità delle telecamere. Si fa in modo, così, che l’interdizione sia in qualche misura frutto di una suggestione indotta, sulla scorta della quale sul corpo urbano si stende una fitta rete di sguardi che non producono un controllo diretto, quanto piuttosto una percezione continua di essere osservati. In questo modo, il sistema di controllo viene assunto direttamente dalla cittadinanza, che si adeguerebbe automaticamente alla norma stabilita. Osservazione e percezione di essere osservati si sovrappongono, producendo a costo infimo – in termini politici ed economici – quel sistema di contenimento che dovrebbe prevenire i fenomeni di disordine urbano. Il risultato è che si ottengono in realtà pochi effetti risolutivi, ma in compenso si amplifica il desiderio di controllo e sicurezza da parte della popolazione. Fondandosi su una norma di appiattimento, il controllo e la sicurezza desiderati impongono uno statuto differente delle marginalità urbane: studenti e migranti sono normati ma percepiti come corpo estraneo allo stesso tempo, cittadini solo a metà costretti a guerre tra poveri per l’acquisizione del diritto alla città. Lateralmente, quasi tra parentesi, si riesce anche a distribuire una parte dei fondi PIUSS tra le aziende locali che si occupano dell’installazione di telecamere.

Non crediamo in questo tipo di soluzione per risolvere i problemi individuati dal patto Pisa città sicura. Crediamo che cogliere la radice profonda del fenomeno sia l’unico modo per rendere realmente Pisa una città viva e vivibile. Non bisogna brandire lo slogan della difesa della società, col risultato di produrre spaccature e soggettivazioni differenziali, replicando ancora una volta le distinzioni tra cittadini di serie A e cittadini di serie B, perché questo non fa altro che amplificare quei fenomeni che si vogliono combattere. Crediamo sia invece necessario moltiplicare le occasioni di incontro e di socialità attraverso accorte politiche culturali, che non passino esclusivamente dall’edificazione, dal restauro o dall’offerta di alcolici, ma da programmazioni concertate e attente ai bisogni e ai desideri di tutta la cittadinanza, intesa nel senso più ampio possibile. Bisogna liberare le frontiere degli spazi, attenuare le interdizioni, attrezzare adeguatamente la città per l’accoglienza e l’incontro tra gruppi eterogenei, favorire l’incontro tra le storie più disparate che raccontano le loro vite. Solo così si possono attenuare le tensioni urbane. Altrimenti, ciò che ci rimarrà in mano potrebbe non essere altro che una collezione di occhi meccanici, qualche manganellata e una quantità esorbitante di pellicole per il film frammentario, triste e irrealizzabile delle solitudini urbane.

Siete invitat* domani Venerdì 12 Aprile alle 16:30 alla presentazione della mappatura delle telecamere di Pisa nel progetto Anopticon.

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