Quest’anno si svolgerà la 12° edizione del Pisa Book Festival.
Tra i partner dell’evento l’immancabile Fondazione Pisa, pilastro della “diffusione” della cultura (a pagamento) a Pisa, partecipe anche della gestione di Palazzo Blu. Novità di quest’anno, invece, la presenza di grossi sponsor privati d’eccezione: IKEA e la Sat.

La Sat, società dell’aeroporto, dal canto suo, fa profitti sulle spalle di tutti i lavoratori degli appalti,con condizioni di lavoro inumane , come sta dimostrando il caso dello sciopero dei dipendenti della GB.
La società scandinava arriva a Pisa, e il Comune le consegna le chiavi della città: facilitazioni economiche (ricordiamo la pubblicizzazione massiccia per il lancio dell’apertura, quando il centro cittadino venne letteralmente tappezzato da carta da parati, tovagliette e manifesti a tema, per i quali sono stati imposti costi di affissione pressochè nulli, grazie all’escamotage di non rendere evidente il logo dell’azienda) e agevolazioni urbanistiche (una rotonda comunale “su misura” nella zona industriale con variante urbanistica nel tempo record di due mesi). Una tale sollecitudine che chi governa questa città non ha dimostrato nella tutela del complesso industriale e di chi vi lavorava.

VOI ASSEMBLATE PRECARIETÀ NOI COSTRUIAMO LO SCIOPERO SOCIALE

Quello che dovrebbe essere un festival pensato per dare spazio alla piccola editoria indipendente, offre, invece, un’ulteriore vetrina (mediante uno stand permanente) ad una mega azienda che si vanta di portare ricchezza e occupazione nel territorio pisano, fregiandosi della propria attenzione alla qualità del lavoro e alle risorse umane: lo slogan è “Lavorare con noi è come lavorare con degli amici”. La realtà è ben diversa: Ikea è uno spazio di riproduzione della precarietà e di quelle forme di sfruttamento del lavoro che da anni, ormai, ci vengono imposte come sacrificio necessario per uscire da una crisi prodotta dagli speculatori finanziari.

Undici lavoratori del reparto logistica del negozio IKEA di Pisa dal 1 ottobre sono stati mandati a casa dalla multinazionale. Un sostanziale “licenziamento”, mascherato dalla formula “mancato rinnovo di contratto”. Ricordiamo come nel punto vendita di Pisa, IKEA si avvale di una platea di centinaia di contratti a tempo determinato di sei mesi (spacciati come periodi di “formazione”) che riguardano quasi tutti i dipendenti. É di pochi giorni fa la notizia, per giunta, del lancio di contratti “week-end”, una nuova forma contrattuale della durata di una manciata di giorni. La precarietà come norma, come filosofia d’impresa: un modello di cui Expo 2015 sarà la vetrina ufficiale nel nostro Paese e che il Jobs Act, discusso in questi giorni, consacrerà definitivamente sul piano legislativo.

Ikea per il (lavoro precario) sociale

Il resto della città, quella che non fa parte e non guadagna da Fondazioni o Imprese di lusso, viene messo ai margini, anzi, viene vessato senza vergogna, mentre i soggetti che lo animano vengono sottoposti a condizioni lavorative di sfruttamento per poi essere licenziati senza nessun preavviso, proprio da aziende come Ikea e la GB. È il caso dei quartieri, isolati e cascanti a pezzi, non fosse per l’impegno e l’attivazione dei comitati che vi abitano, e degli studenti, in migliaia senza un posto alloggio, costretti a pagare affitti sempre più da rapina, in un mondo della formazione sempre più dismesso.

Gli studenti, i lavoratori precari dei settori della cultura, della ricerca e della logistica e gli abitanti di questa città riprendono parola, incrociando i percorsi e le lotte per mettere in discussione il ricatto della precarietà che ci viene imposta, come faremo attraverso la giornata dello Sciopero Sociale, il 14 Novembre .

Pisa incrocia le braccia!

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