Da wikipedia: “Si definisce punto materiale, in fisica, un corpo le cui dimensioni siano trascurabili rispetto al fenomeno in studio.”

Potremmo versare fiumi di parole e di rabbia su quello che venerdì 28 Settembre è stato detto da Alessandro Strumia nel corso della conferenza “1st Workshop on High Energy Theory and Gender”. Vogliamo partire dalla fine: parlare della discriminazione di genere nel mondo della ricerca, non può essere fatto in termini di Modello Standard o di simmetrie. Questa forma, che sembra solo lessicale, è poi la sostanza su cui si fonda un’analisi fuorviante, in cui l’autore pensa di avere il diritto di descrivere in maniera oggettiva e semplice un problema che ha bisogno, invece, di complessità.
Come prima cosa, i dati non parlano mai da soli. I dati sono sempre raccolti da qualcuno per un determinato scopo e sono elaborati per dimostrare una certa tesi. In ogni caso, essendo estrapolati dalla realtà, riproducono quest’ultima. E non ci stupisce che la realtà riprodotta da alcuni dei dati mostrati, sia quella che ci vede come “portate” per i lavori di cura.
Come studentesse, dottorande e ricercatrici dell’Università di Pisa, sappiamo bene – perché lo proviamo sulla nostra pelle – cosa significa portare lo stigma del nostro essere donne all’interno dell’università. Ci siamo trovate davanti a professori che ci hanno umiliate per il fatto di essere donne che volevano fare scienza, ci sentiamo osservate e sempre messe in discussione, ci portiamo addosso il peso di dover sempre dimostrare qualcosa in più di quello che sarebbe giusto richiederci. Perchè, proprio come dice Strumia nelle sue slides: “Curie etc. welcomed after showing what they can do, got Nobels…”, noi possiamo parlare solo se premiate, solo se eccezionali, solo se stupefacenti.
Tuttavia, per arrivare a questo status, passiamo attraverso una catena di rapporti di forza in cui siamo sempre in svantaggio. Che succede se il nostro supervisor del dottorato ci tocca il culo quando siamo nel suo ufficio? Cosa dovremmo fare se un professore di analisi, in sede di esame, ci dice che sarebbe meglio se stessimo a casa a lavare i piatti? Cosa pensano i nostri colleghi, se ci presentiamo ad un esame con una maglietta scollata? Le regole della performance a cui siamo costrette sono violente non solo quando ci pongono davanti a fatti di gravità indiscutibile, ma anche quando spendiamo del tempo a capire se quel centimetro di gonna in meno è opportuno per andare a lezione, quando mortifichiamo il nostro corpo per essere consone al ruolo che ci si aspetta da noi o quando lo esaltiamo, diventando quelle che usano le tette per passare gli esami.
Pensiamo che sia inaccettabile parlare di merito come se questo fosse una sorta di entità che governa la fisica verso la selezione delle migliori menti del mondo. La meritocrazia e il merito sono dei miti che rifiutiamo soprattutto quando assumono la forma di una provvidenza che illumina i “giusti” scelti per le commissioni di esame o di concorso. In più, l’accesso all’istruzione è ancora oggi limitato dalle condizioni economiche e dalle realtà sociali che poco hanno a che vedere con il meritarsi l’istruzione. Il problema è che pensare la scienza come un meccanismo che persegue una verità guidato dalla luce del merito significa trascurare una non banale dipendenza della ricerca dall’economia e dalla società della quale, anche il più teorico dei fisici, è inevitabilmente parte.
Infine, è proprio sulla retorica del merito e della competenza che la tesi – se così la possiamo chiamare – di Strumia si contraddice. Alle slide n. 10, dopo aver scritto “Top authors are man, man, . . . man”, si lamenta il fatto che alle conferenze sulla parità dei generi siano invitate a parlare solo fisici donne. Come se a parlare di teoria delle stringhe, fosse scandaloso non invitare un’ingegnere meccanico. Ma soprattutto la tesi di Strumia cede su un altro punto che è la realtà. Vi invitiamo ad entrare in una qualsiasi facoltà di Fisica o di Matematica e di contare quante donne siedono sulle cattedre da ordinarie, di chiedere ad uno studente di quelle facoltà quanti esami ha fatto con uomini e quanti con donne. Dire che questo è il prodotto di una naturale propensione delle donne ai lavori di cura significa mistificare dolosamente la realtà e voler ignorare e non problematizzare, per esempio, su quali siano i meccanismi che portano meno ragazze ad iscriversi ai licei scientifici (Dati MIUR*), trascurando completamente una parte del dataset che è quello che descrive i rapporti di potere conservati nei secoli degli uomini sulle donne. Noi come studentesse, dottorande e ricercatrici, non siamo punti materiali, non siamo decontestualizzabili dal mondo in cui viviamo e soprattutto non vogliamo essere modellizzate da chi, in maniera provocatoria e irrispettosa, si permette di mistificare la realtà a supporto di una tesi che è indiscutibilmente sessista.
Ma sia chiaro. Questo talk per noi rappresenta solo la punta di un iceberg in cui il sommerso è la quotidianità delle discriminazioni che subiamo ed è questo che vogliamo sottolineare: non dobbiamo dimostrare niente a nessuno, non c’è nessuna tesi da dover ribaltare ma soprattutto noi non siamo sole.

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